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Photo @ SprintCyclingAgency

Caso Žigart, il CPA Women accende il dibattito: «È tempo di rivedere la sicurezza nel ciclismo»


Dopo la violenta caduta di Urška Žigart al Tour de Suisse Women, arrivano aggiornamenti rassicuranti sulle sue condizioni. Ma la presa di posizione del CPA Women e le parole di Tadej Pogačar trasformano l’incidente in un caso che coinvolge l’intero sistema della sicurezza nel ciclismo professionistico.

Articolo a cura della redazione di InBici News 24

La buona notizia è che Urška Žigart sta meglio. La ciclista slovena della AG Insurance-Soudal Team, coinvolta nella drammatica caduta avvenuta negli ultimi metri della seconda tappa del Tour de Suisse Women, è stata dimessa dall’ospedale dopo gli accertamenti medici che hanno evidenziato una frattura della mandibola ma, fortunatamente, nessun’altra lesione grave.

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Una notizia che ha permesso al mondo del ciclismo di tirare un sospiro di sollievo dopo le immagini impressionanti viste in diretta televisiva. Immagini che avevano immediatamente fatto temere conseguenze molto più pesanti per la compagna del campione del mondo Tadej Pogačar.

E proprio il fuoriclasse sloveno, impegnato in questi giorni al Tour de Suisse maschile, è stato tra i primi a rassicurare tifosi e addetti ai lavori sulle condizioni della fidanzata.

Le parole di Pogačar

Visibilmente colpito dall’accaduto, Pogačar ha raccontato ai giornalisti presenti in Svizzera di aver vissuto ore particolarmente difficili dopo aver appreso della caduta.

Il campione della UAE Team Emirates-XRG ha raggiunto la compagna appena possibile, dopo aver concluso gli impegni sportivi e mediatici della giornata, seguendo da vicino l’evoluzione della situazione clinica.

Secondo quanto emerso dalle sue dichiarazioni, Urška avrebbe mantenuto un atteggiamento sorprendentemente positivo nonostante il trauma subito e avrebbe persino incoraggiato il compagno a continuare la corsa e a difendere la leadership nella competizione elvetica.

Un episodio che ha mostrato il lato più umano di uno degli atleti più forti e dominanti del ciclismo moderno, abituato a gestire ogni situazione con straordinaria lucidità ma inevitabilmente scosso quando a essere coinvolta è stata la persona a lui più vicina.

La caduta che riapre vecchie domande

Se sul piano sanitario il quadro appare oggi relativamente rassicurante, sul piano sportivo e istituzionale la vicenda continua invece a far discutere.

Le ricostruzioni indicano che la caduta si sia verificata nel tratto finale della corsa, in una zona caratterizzata dalla presenza di elementi della viabilità urbana che avrebbero contribuito alla perdita di controllo della bicicletta.

Un episodio che riporta al centro del dibattito una questione che il ciclismo professionistico si trascina da anni: il rapporto tra l’aumento delle prestazioni degli atleti e la sicurezza dei percorsi di gara.

Le biciclette moderne sono sempre più veloci. L’aerodinamica ha raggiunto livelli impensabili fino a pochi anni fa. Le ruote ad alto profilo, i pneumatici di ultima generazione e la preparazione scientifica degli atleti consentono velocità medie sempre più elevate.

Le infrastrutture stradali, invece, sono rimaste sostanzialmente le stesse.

In molti casi, anzi, si sono aggiunti nuovi elementi destinati alla sicurezza del traffico automobilistico: spartitraffico, cordoli, attraversamenti rialzati, restringimenti di carreggiata e dissuasori.

Elementi utili per la circolazione quotidiana ma che, affrontati da un gruppo lanciato a oltre cinquanta chilometri orari, possono trasformarsi in ostacoli estremamente pericolosi.

L’intervento del CPA Women

La svolta è arrivata nelle ore successive all’incidente.

Il CPA Women, il sindacato mondiale delle cicliste professioniste guidato da Alessandra Cappellotto, ha infatti diffuso una presa di posizione destinata a far discutere.

Pur riconoscendo il lavoro svolto negli ultimi anni da SafeR, l’organismo nato per migliorare la sicurezza nelle competizioni professionistiche, il CPA Women ha chiesto una revisione sostanziale dell’attuale modello operativo.

Secondo il sindacato delle atlete, il ciclismo deve interrogarsi sulla reale efficacia degli strumenti oggi disponibili per individuare e prevenire i rischi prima che si trasformino in incidenti.

Una posizione che assume particolare rilevanza perché arriva proprio da una delle organizzazioni che hanno sostenuto il progetto SafeR sin dalla sua nascita.

Il messaggio è chiaro: il lavoro svolto finora rappresenta un passo avanti importante, ma non sufficiente.

Sicurezza, la sfida del ciclismo moderno

La vicenda di Urška Žigart rischia quindi di diventare qualcosa di più di una semplice pagina di cronaca sportiva.

Per il movimento internazionale potrebbe trasformarsi nell’ennesimo punto di partenza per una riflessione più ampia sul futuro della sicurezza.

Negli ultimi anni il ciclismo ha investito enormi risorse nello sviluppo tecnologico dei mezzi e nella preparazione degli atleti. Oggi però emerge con forza la necessità di investire con la stessa determinazione anche nella prevenzione dei rischi lungo i percorsi di gara.

L’obiettivo non è ridurre lo spettacolo o limitare la competitività delle corse.

L’obiettivo è garantire che l’evoluzione delle misure di sicurezza proceda con la stessa velocità con cui si sono evoluti gli atleti e le loro biciclette.

La buona notizia è che Urška Žigart sta recuperando e che le conseguenze dell’incidente sono risultate meno gravi di quanto inizialmente temuto.

La vera sfida, adesso, sarà fare in modo che quanto accaduto al Tour de Suisse Women contribuisca a rendere il ciclismo professionistico più sicuro per tutte le atlete e per tutti gli atleti che ogni giorno portano questo sport ai suoi limiti più estremi.

A cura della redazione di Inbici News24
Copyright © Riproduzione Riservata Inbici Media Group

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